Fine del mese …… fine della quarantena a Londra!

Oggi 31 maggio non è solo l’ultimo giorno del mese per me, con oggi termina il mio periodo di quarantena qui a Londra e da domani potrò nuovamente uscire fuori! Sinora ho visto il mondo da un balcone, con giorni grigi e piovosi in classico stile british e giornate soleggiate come ieri. Il traffico è molto scarso perché è un giorno festivo ma in precedenza ho visto dalla mia posizione al sesto piano di un moderno palazzo di un nuovo quartiere residenziale sulle rive del Tamigi, una nazione che si sta riprendendo con molta velocità, i media locali hanno altri argomenti di cui trattare diversi dal Covid che invece continua ad impazzare su TV e giornali vari in Italia. Ho visto gente che senza inutili ammassamenti ha ricominciato il percorso di una vita normale interrotta ormai più di un anno fa dall’arrivo della pandemia, che ha comportato lockdown in certi periodi molto più severi di quelli italiani ma anche un programma di vaccinazioni che ha galoppato senza eccessive polemiche ed inutili dissertazioni, come avvenuto sull’italico fronte, sulla bontà o negatività di questo o quel vaccino. Ho visto e vedo persone che si muovono, come peraltro avevano iniziato a fare da tempo, senza mascherine ….. soprattutto se da soli e all’aria aperta.

Vedo innanzitutto una nazione che va avanti a testa alta, una nazione ed un popolo che si stanno riprendendo appieno la liberta’ dai vincoli e dalle pericolose lungaggini degli euro- burocrati e procedono spediti sulla via del recupero economico e sociale, senza necessita’ di alcun farraginoso Recovery Plan europeo, diversamente da quanto si apprende dalle notizie spesso e volentieri inesatte, sciorinate con frequenza da molti media nostrani, incluse testate finanziarie di chiara fama, al solo fine di non lasciar trasparire i lati positivi della Brexit, che chi ha occhi ben aperti e visione di medio e lungo periodo puo’ ben vedere e che in parte sono gia’ ora tangibili,

Come ben sapete, ho sofferto il contagio di questo terribile virus Sars-Cov-2 con ricovero per l’intero mese di novembre 2020 in terapia subintensiva e ancora adesso, seppure in misura gradualmente sempre più ridotta, ne sto soffrendo le conseguenze. Malgrado’ ciò ho accettato di buon grado di sottopormi ad un test prima della partenza e a due successivi, il giorno 2 ed il giorno 8, durante il mio auto isolamento pur nella consapevolezza che la ricerca degli anticorpi IgM della malattia avrebbero dato esito negativo. Ho tuttora, a distanza di sei mesi, un titolo molto elevato di anticorpi IgG che combattono l’ingresso del virus che provoca il Covid-19; da quanto ho potuto appurare sinora, dalla lettura non solo dei media bensì anche di riviste scientifiche, che la loro entità supera di molto anche i valori degli anticorpi che si sviluppano nei vaccinati, indipendentemente dal vaccino somministrato e che talvolta risultano persino assenti. Cercando di approfittare di questa ulteriore permanenza forzata ho recuperato molto arretrato, lavorando in remoto sui server virtuali, tramite i quali svolgo d’abitudine gran parte della mia attività e mi consentono di essere operativo indipendentemente dalla località in cui mi trovo. I controlli, oltre ai test citati, devo dire che sono quasi ossessivi: ho ricevuto ben due visite di persona di un ispettore dell’NHS, il servizio sanitario nazionale britannico, ricevendo nel contempo almeno una chiamata telefonica di verifica della mia posizione e del mio stato di salute tutti i giorni. Tutto questo devo dire non mi ha assolutamente pesato, convinto come sono che se anche in Italia si fossero adottate o si adottassero almeno ora misure analoghe, si potrebbero evitare molte vittime inutili della pandemia. Che cosa avviene invece? Con la scusa del turismo che si deve riprendere si apre a tutti, senza contare l’endemico e grave problema dei porti aperti in cui, per assurdo, con le continue fughe di persone che ancorché’ inizialmente sottoposte a controlli sanitari divengono spesso di fatto irrintracciabili, si lascia aperta una nazione al continuo rischio di contagio e si subisce la beffa di altre nazioni che, come la Gran Bretagna continuano a mantenere l’Italia a ragione nella lista Amber, e quindi a rischio, mentre collocano ogni giorno nuovi paesi nella lista Green di quelli la cui provenienza non comporta dalla scorso 17 maggio restrizioni particolari. L’attuale lista verde comprende oggi i seguenti paesi: Australia , Brunei, Falkland Islands, Faroe Islands, Gibraltar, Iceland, Israel and Jerusalem, New Zealand, Portugal (including the Azores and Madeira), Singapore, South Georgia and South Sandwich Islands, St Helena, Ascension and Tristan da Cunha. (fonte: informazioni online del Governo)

Mi preme sottolineare a chiare lettere che quelle qui riportate sono informazioni che non possono essere prese in considerazione per valutazioni personali di tipo medico, le quali possono essere fatte esclusivamente da un medico … ed io, pur tenendomi adeguatamente informato per interesse diretto, non lo sono affatto. Non è altresì mia intenzione entrare nel merito di una querelle che dura dall’inizio della pandemia, sull’innumerevole schiera di giornalisti, politicanti ed anche di medici i quali, all’improvviso, si sono scoperti grandi tuttologi, dispensando informazioni e consigli spesso dissennati, causando taluni eccessivi allarmismi ed altri ingiustificato lassismo. Il Covid-19 è una malattia molto seria, lasciatelo ripetere a chi, come me, ne porta ancora i segni sia nel corpo che in particolare nella mente. Se sopravvivi, e non è cosa scontatissima con una malattia definita mortale, la tua vita cambia per sempre come purtroppo capita in tante occasioni anche per altri eventi. Cambia la scala dei valori che attribuisci alle cose e tornano a prevalere gli affetti personali, i parenti più stetti, gli amici …. le persone in generale.

AVVERTENZA IMPORTANTE

Le informazioni di questo articolo afferenti aspetti sanitari, ancorché raccolte con ragionevole cura, sono state riportate a mero scopo informativo e senza alcuna intenzione di divulgazione scientifica ne’ tantomeno medica. Quanto letto non può in nessun caso sostituire un adeguato parere professionale, espresso da parte di personale medico specializzato ed abilitato secondo le norme del paese di esercizio della propria attivita’, che rimane indispensabile.

E’ proprio necessario coniare termini misti con l’uso di due lingue diverse?

Oggi stavo rileggendo un interessante articolo sulla proposta di direttiva #EU #CSRD #CorporateSustainabilityReportingDirective tradotta in Italiano dall’autore” Direttiva Europea sul Reporting di Sostenibilità” e mi sono soffermato a riflettere sul vezzo, quasi esclusivamente italico, di mischiare termini di due lingue diverse.

Per restare in tema di #economiaverde #sostenibilità ed altro, ho avuto modo recentemente di stigmatizzare lo strano connubio contenuto nella norma sulle #SocietàBenefit! Non era meglio chiamarle in modo chiaro e semplice #SocietàdiBeneficio? Piu’ prosaicamente in America Latina sono state denominate “Sociedades Comerciales de Beneficio e Interés Colectivo” o Sociedades #BIC. In ogni caso era assolutamente auspicabile introdurre una legge che prevedesse questa forma giuridica e pertanto non posso che plaudire alla sua emanazione, indipendentemente dal goffo abbinamento. Sono tra l’altro assolutamente orientato alla prevalenza della sostanza sulla forma. Non resta quindi che attendere le prime “rendicontazioni …. pardon, i prossimi “reports”, per valutare come si stia concretizzando l’#impatto di questa inarrestabile trasformazione rispetto alle dichiarazioni d’intenti contenute nei nuovi statuti.

Sempre in tema di inappropriatezze linguistiche

Scorrendo i profili di Italiani su LinkedIn si scopre una tendenza sempre piu’ diffusa all’utilizzo della lingua Inglese in luogo di quella Italiana. Se proprio vogliamo farci conoscere in un ambito internazionale, facciamo almeno lo sforzo di creare il nostro profilo sia in Italiano che nell’altra lingua di nostro interesse. Se da un lato spesso i contenuti di quanto viene pubblicato risultano traducibili da un’applicazione contenuta in LinkedIn, non altrettanto vale per la nostra presentazione che necessita quindi di essere tradotta. Ammiro quei giovani, purtroppo in numero inferiore a quanto sarebbe auspicabile vedere, che avendo innanzitutto approfondito come si utilizza il social, ed essendosi fatti carico di fare il lavoro aggiuntivo che questo richiede, si definiscono ad esempio “Student of Business Administration”, “Green Economy Manager”, “Founder-CEO”,e via dicendo……… o addirittura dei mix del tipo “Fondatore e Partner”, “Lawyer presso Studio….”.

So che ci sono buone probabilita’ che questi miei commenti possano non risultare condivisibili. Pur essendo acclarato che l’inglese continui a contaminare le lingue di sempre piu’ paesi, questo ha sicuramente un senso nell’individuare una lingua comune di comunicazione tra persone che parlano idiomi diversi: altra cosa, mi scuserete, e’ presentarsi ai propri connazionali con definizioni in un’altra lingua o addirittura con termini misti! Sarebbe un po’ come se un Lawyer inglese di definisse Avvocato, oppure un Manager inserisse nel suo profilo il termine Dirigente; lo stesso dicasi ovviamente anche per altre lingue: pensate se un professionista francese al posto di Commissaire aux comptes scrivesse Sindaco ….. i suoi concittadini, traducendo alla lettera, penserebbe che fosse stato eletto Maire della sua cittadina.

Va da se’ comunque che alcune indicazioni proprie di una denominazione sociale o simili non vadano tradotte , se non nel caso in cui la traduzione ufficale sia gia’ presente nelle diverse lingue (es. European Central Bank – ECB | Banca Centrale Europea – BCE). Per tale ragione troverete naturalmente anche nel mio profilo dei nomi di associazioni, di cui sono membro, che non hanno una corrispondenza ufficiale in italiano.

Che dire poi di termini che, tradotti impropriamente in un lingua straniera, ci fanno scoprire che nel paese di origine hanno tutt’altro significato!

La “zuppa inglese” … in Italia

Ricordo un divertente episodio accaduto ormai parecchi anni fa, in un noto ristorante milanese con dei clienti inglesi, al momento del dessert il cameriere con sfoggio di un discreto accento propone un’ottima english soup: uno degli ospiti, piuttosto sorpreso, chiede chiarimenti e, appurato che si trattava di un dolce non riesce a trattenere un’esplosione di ilarita’ in cui coinvolge i propri colleghi. Con molta pazienza, in perfetto british style, spiega quindi al poveretto che lui di solito mangia una english soup a cena e che, trattandosi di un piatto salato non avrebbe mai immaginato che gli venisse proposto per dessert!

English soup

Questo insegna che occorre fare sempre molta attenzione alla traduzione di termini in una lingua diversa da quella in cui sono stati coniati . L’uso del termine nella lingua originale infatti, e’ spesso preferibile ad una traduzione pasticciata e talvolta fuorviante. Come nel caso citato infatti, se in Italia tutti capiscono di cosa parliamo, proponendo un dessert che qualcuno ai tempi ha deciso di chiamare zuppa inglese, traducendolo alla lettera con il nome di un piatto che nulla ha a che fare, rischieremmo di trovarci in imbarazzo dovendo spiegare di cosa si tratta. Immaginatevi se in un ristorante londinese qualcuno vi proponesse un give-me-up, scoprendo che effetti si tratta di un tiramisu’ che sarebbe stato meglio chiamare con il suo nome, considerando peraltro la sua notorieta’ ormai mondiale!


Ce la faro’ a finire tutte le cose che ho da fare oggi?

Una ventina di anni fa mio figlio più piccolo, che allora di anni ne aveva 11, mi confidava di avere qualche difficoltà nel gestire molte cose contemporaneamente. All’epoca i suoi impegni principali, come tutti i ragazzini di quell’età, consistevano innanzitutto nell’occuparsi delle attività scolastiche, dello sport che praticava, di tenere in ordine la sua stanza e così via dicendo. La mia risposta era stata:

Da piccoli, piccoli impegni

Questo non è ancora niente! Vedrai come, con l’aumento dell’età, cresceranno in maniera più che proporzionale gli impegni di cui dovrai imparare a scegliere le priorità. Ma l’esperienza ti aiuterà e, col passare del tempo, ti sembrerà più facile affrontare,  anche contemporaneamente, una moltitudine di impegni che da piccolo ti sarebbero sembrati una montagna.”

Ai primi livelli scolastici la vita è scandita dalle lezioni in classe, dai compiti a casa, dai fine settimana e dalle vacanze. Poi inizi ad affrontare i compiti in classe, aumentano le opportunità di uscita con gli amici, per lo sport, per il divertimento ed altro; la tua vita ha ancora dei ritmi abbastanza vincolanti che ben presto tendono a scemare, dopo la maturità e con l’inizio degli studi universitari. Nella maggior parte dei casi, la tua capacità di organizzazione, nel contemperare lo svolgimento di più impegni, comincia ad essere messa alla prova: non tutti i corsi prevedono l’obbligo di frequenza, ci sono sì le date vincolanti degli esami ma …. se salti una sessione, sosterrai l’esame in un’altra finendo presto fuori corso.

Con la laurea pensiamo che i nostri affanni siano finiti …. siamo solo all’inizio!

Finiti gli studi e trovato un impiego, la vita lavorativa innalza di colpo l’asticella della tua capacità organizzativa, hai degli orari decisamente più vincolanti di quelli universitari, devi spesso cambiare le tue abitudini familiari e le modalità di frequentazione delle tue amicizie; le cose si complicano enormemente quando decidi di condividere la tua vita con un partner … poi arrivano i figli e le  immodificabili 24 ore di una giornata sembrano non bastarti più. Per fortuna, senza che ce ne accorgiamo, col crescere degli impegni aumentano anche età ed esperienza, e con queste la capacità di affrontare tutti gli impegni cui dobbiamo attendere, anche se il tempo resta “tiranno”.

L’orologio scandisce il ritmo della nostra vita quotidiana

Focalizzando pertanto l’attenzione in ambito lavorativo, quello in cui la maggior parte della popolazione adulta dedica la parte preponderante del tempo a disposizione dal lunedi’ al venerdi e, talvolta, anche nel fine settimana o di notte. Una parte importante della vita di ciascuno di noi che non possiamo permetterci di subire passivamente, giorno dopo giorno, assorbiti da incombenze che ci danno sempre la sensazione di non avere tempo per fare altro. Risulta qui difficile tener conto delle tante, variegate, condizioni lavorative connesse alla specifica professione esercitata, al luogo di lavoro, alla necessità di spostamento per raggiungere da casa l’ufficio, la fabbrica, la scuola per i docenti, lôspedale per medici e infermieri …… Molte attività impongono poi dei ritmi prefissati, delle attività da svolgere in tempi predefiniti, Mi corre quindi l’obbligo di precisare che la presente esposizione, seppure presenta degli aspetti di interesse generale, vuole essere indirizzata in modo particolare a coloro i quali svolgono mansioni d’ufficio, sia in presenza che in remoto, con la facoltà di organizzare con un minimo di automia il proprio tempo, per l’esecuzione delle pratiche loro affidate.

La possibile soluzione

Come risolvere un problema apparentemente insolubile? La soluzione non è semplice ma alla portata di tutti. Possiamo chiamarla in vari modi: organizzazione, pianificazione, programmazione … e chi più ne sa più ne metta! Il comune denominatore, stante il limitato numero di ore disponibili (uguale per tutti) nell’arco di una giornata, è saper dare le giuste priorità ad ognuna delle attività che dobbiamo svolgere. Le metodiche sono certamente piu’ d’una, non saprei dire qual’è la migliore di tutte ma cio’ che ritengo importante è trovare quella che si confà maggiormente alle nostre attitudini. Personalmente utilizzo con assiduità la matrice di Eisenhower di cui ho trattato di recente a proposito dell’home working. Il risultato che dobbiamo cercare di raggiungere, dovrà soddisfare molte e possibilmente tutte quelle cui giornalmente abbiamo deciso di dare la priorità:

Se è vero che l’orologio scandisce il nostro ritmo quotidiano, tanto da condizionarci in ogni attività, lo è altrettanto la sensazione di benessere che puo’ darci l’essere riusciti a svolgere tutti i nostri compiti senza particolari affanni. Se riuscirete ad organizzare preventivamente i vari impegni della giornata, vi stupirete di riuscire addirittura ad avere del tempo che vi avanza per rilassarvi, leggendo il libro che avevate lasciato in sospeso o stando semplicemente seduti in poltrona a pensare. Non programmare nulla vi darà, al contrario, una costante sensazione di confusione e di incapacità di riuscire a fare tutto.

Nessuno di noi è perfetto ma, pur facendo parte della larga schiera di coloro che talvolta non riescono a “fare tutto” o impiegando piu’ tempo di quanto sarebbe stato prevedibile per svolgere una determinata attività, ho sempre avuto una forte allergia per coloro che giustificano le loro manchevolezze in ambito lavorativo, con le scuse piu’ varie e, in alcuni casi, assolutamente inaccettabili:

  • avevo qualcosa di piu’ importante da fare
  • a causa delle pratiche in scadenza non mi è stato possibile fare altro
  • qualcuno mi ha chiesto di fare altro con urgenza e non ce l’ho fatta
  • avevo degli impegni personali e ho dovuto occuparmi di quelli
  • tanto non c’era un termine improrogabile e lo posso quindi rimandare ad un altro giorno, oppure
  • la scadenza è vicina, il lavoro non è ancora pronto ma possiamo chiedere una proroga
  • non posso perdere tempo a fare questo lavoro, oppure
  • non ho avuto abbastanza tempo, mi servono piu’ ore
  • non sapevo bene come svolgere questo compito ma non ho voluto chiedere a nessuno
  • potevo farmi aiutare dai colleghi ma preferisco fare tutto da me, perché come faccio bene le cose io non le fa nessuno
  • mi sono subentrati degli imprevisti, ho avuto un’emergenza

La lista potrebbe essere ancora piu’ lunga ma gli esempi fatti sono già tanti, e meriterebbero ciascuno un approfondimento per capire quali siano le cause effettive della mancata, o ritardata, esecuzione di un’attività ed individuare le possibili soluzioni. Questo potrebbe essere oggetto di un’ulteriore trattazione da fare in seguito.

Imprevisti

Qualcuno starà già pensando: “bravo, facile a dirsi, ma se ti arriva qualcosa di imprevisto?”. Gli imprevisti sono purtroppo all’ordine del giorno, sarebbe troppo facile se tutto filasse sempre liscio andandosi ad incastrare nelle varie casellini di quello che avevamo previsto di fare; purtroppo sappiamo tutti benissimo che non è cosi’: l’imprevisto è sempre in agguato dietro l’angolo, e ci raggiunge quanto meno ce lo aspettiamo. Dal piu’ banale causato dalla lentezza del traffico se viaggiamo in auto, piuttosto che il rallentamento del treno o altro se usiamo i mezzi pubblici; la febbre del bambino in età scolastica che dobbiamo tenere a casa …. ma non sappiamo a chi affidarlo e le scadenze in ufficio che non possiamo disattendere. Quando, purtroppo, non ci accade anche qualcosa di piu’ grave e che richiederà la nostra priorità assoluta.

Non esistono formule o matrici per gestire cio’ che non è prevedibile, vale in tutte le situazioni e per tutti. La capacità di reagire ad ogni situazione imprevista è strettamente connessa con l’esperienza personale, con la maggiore o minore propensione a mantenere la calma senza farci sopraffare, perdendo la necessaria lucidità per affrontare quanto ci è improvvisamemnte caduto addosso. Non essendo un esperto in questo campo, non ho soluzioni preconfezionate da proporre, se non l’augurio che gli imprevisti siano sempre il minor numero possibile e che comunque siate sempre consapevoli della possibilità che si verifichino, senza sapere quando ne’ altrro. Il suggerimento è quindi di non pianificare mai i vostri impegni con ritmi troppo serrati, senza pause di recupero tra uno e l’altro che vi potranno sempre servire, sia per recuperare le forze, sia per gestire eventuali “sforamenti” di tempo.

Pillole di nétiquette -Email: i destinatari

Cosa si intende per “nétiquette”? lo chiediamo oggi a Luigi Rusconi, Commercialista, iniziando a trattare una serie di argomenti di nètiquette, partendo da uno strumento ormai d’uso quotidiano, sia in ambito lavorativo che personale: le email.

Riporterò molto semplicemente una delle tante definizioni che si trovano online: “sostantivo – In Internet, il complesso delle regole di comportamento volte a favorire il reciproco rispetto tra gli utenti”

Mi tolga una curiosità, come mai un commercialista si ritiene esperto di aspetti normalmente trattati da informatici?

Vede, le ragioni sono essenzialmente due. La prima risale agli anni ’70 quando, contemporaneamente all’avvio degli studi universitari, dopo aver seguito un corso inserito nel mio piano di studi sulla materia, mi ero appassionato al punto da frequentare un corso biennale di informatica. La seconda motivazione nasce dalla mia esperienza negli anni ’80 in multinazionali della consulenza prima ed in gruppi industriali poi.

Mi è abbastanza chiara la prima motivazione. Per la seconda invece, mi spieghi, qual’è l’attinenza con la nétiquette delle email?

In ambito lavorativo, sin da subito, ho avuto la necessità di apprendere le modalità con cui scrivere gli Internal Memorandum, o più brevemente Memo, per la stesura dei quali occorreva prestare la massima attenzione all’individuazione a) dei destinatari principali e b) di quelli copia, oltre naturalmente all’oggetto e al testo dell’argomento trattato.

In che senso? Cosa intende per “prestare attenzione”?

Entrerò subito nel merito delle email che, per molti versi, richiamano l’impostazione di un Memo; in linea di principio i destinatari principali devono sempre essere quelli effettivamente interessati alla nostra comunicazione, cui ci rivolgiamo in modo diretto (A: oppure TO: in lingua inglese). Eventuali altri che, per interesse indiretto o semplice cortesia, vogliamo tenere informati saranno inclusi in copia per conoscenza (CC:). I destinatari andrebbero indicati seguendo precise regole di priorità. A questo fine occorre tenere ben presente la struttura organizzativa in cui ci si trova ad operare.

Quindi come si dovrebbe procedere concretamente nell’indirizzare una mail in azienda?

Guardando l’organigramma che segue possiamo distinguere essenzialmente quattro livelli, con la funzione apicale in alto ed i sottoposti a scendere.

Organization Chart – ACME Corporation

Nell’invio delle mail, sia dall’alto verso il basso che viceversa, es anche orizzontalmente, in presenza di un’organizzazione strutturata con ruoli ben definiti, le gerarchie aziendali vanno assolutamente rispettate. Mi spiego meglio: Mr. Brown non è corretto che scriva direttamente a Mr. Pilgrim, sottoposto di Mr. White, fatto salvo il caso in cui lo abbia preavvertito, mettendolo quindi in copia per conoscenza. Allo stesso modo Mr. Black commetterebbe una grave scorrettetta scrivendo direttamente a Mr. Brown, saltando cosi’ il suo diretto superiore, Miss Widget.

Diverso è il caso dove, date le dimensioni della struttura (una piccola azienda, uno studio professionale e simili), non sia stata chiaramente descritta una struttura organizzativa e la stessa risulti sostanzialmente simile, ad esempio, a questa:

Occorre osservare che in tali tipi di organizzazione, molto diffusa per la grande presenze in Italia di PMI, di ditte individuali e studi con un professionista singolo oppure, nella maggioranza dei casi, con pochi associati, non si provvede se non in rari casi a formalizzare un organigramma e, spesso e volentieri, non vengono neppure identificate delle precise dipendenze gerarchiche. Ma questo meriterebbe una dissertazione a parte e non mi pare qui il caso di dilungarmi.

Semmai ne tratteremo allora in un’altra occasione, se lei ce ne darà l’opportunità. Ma adesso, tornando ai destinatari delle mail, ci dica, come ci si dovrebbe comportare in un’organizzazione non formalmente strutturata?

É molto semplice, i casi posso dire che sono essenzialmente due, e la scelta dipende molto dalla sensibilità al problema dell’imprenditore o del professionista che dirige l’attività. In un caso, tutti scrivono a tutti senza seguire una regola precisa. Nel secondo, le possibili alternative sono: seguire un semplice ordine alfabetico (nome o cognome, anche in base alle logiche di presentazione degli indirizzi del client di posta in uso) oppure, se interessato a ricevere la comunicazione, inserendo innanzitutto il nominativo dell’imprenditore o del professionista e poi, a seguire, quelli degli altri destinatari ad esempio in ordine di seniority aziendale (non anagrafica).

Tornando poi a delle regole applicabili in tutti i casi, indipendentemente dalla struttura in cui si opera e, mi si consenta di rammentare che, anche nell’invio di messaggi personali, mi pare il caso di sottolineare che tra i destinatari diretti (A:) si inserisce esclusivamente chi è immediatamente interessato a ricevere e, se richiesto, a dare seguito alla comunicazione ricevuta

Occorre inoltre distinguere se la mail è indirizzata alla funzione, all’ufficio o reparto (es. Vendite) oppure alla persona, utilizzando di conseguenza l’indirizzo più appropriato. l’uso infine della cosiddetta “copia nascosta” (CCN: o BC: in inglese) va fatto con le dovute accortezze.

In merito all’uso della Copia Nascosta (CCN) o Blind Copy (BC). Quali sono le accortezze che lei consiglierebbe?

Normativa EU sulla Privacy

La “copia nascosta” andrebbe usata con estrema parsimonia, è preferibile in alternativa inoltrare la mail alla persona che si intende mettere a conoscenza del nostro messaggio, sempre nel rispetto delle regole aziendali sopra menzionate. Da non dimenticare infine un aspetto, di non poca rilevanza per i risvolti che potrebbe avere amcnhe sotto il profilo penale: il rigoroso rispetto delle norme sulla Privacy, statuite a livello europeo con il GDPR – General Data Protection Regulation , recepito in Italia con il D.Lgs. 101/2018.

© 2021 Riproduzione riservata – blog.rusconi.com

Home working e organizzazione delle attività

In tempo di “coronavirus” è letteralmente esplosa la diffusione del lavoro in remoto, spesso definito a mio avviso impropriamente smart working o, in italiano, lavoro agile. Sarebbe più opportuno infatti parlare di home working o lavoro remoto; nel mondo anglofono infatti, parlando di lavoro, l’aggettivo “smart” viene usato prevalentemente in contrapposizione ad “hard” con una molteplicità di significati, quali ad esempio:

  • smart working inteso come lavoro di carattere mentale, contrapposto ad hard working come lavoro fisico, oppure
  • smart nell’accezione di un lavoro fatto senza particolari sforzi, nei tempi e con le modalità programmate, in contrapposizione allo stesso lavoro fatto senza pianificazione e con sforzo sproporzionato rispetto al risultato, definito hard
  • hard nel senso di lavoro noioso, svolto in modo e con mezzi tradizionali, rispetto a smart per definire un lavoro svolto con metologie e mezzi moderni, innovativi, preferibilmente attraverso l’uso di personal computer , tablet e smartphone.

L’home working è senza dubbio una modalità lavorativa già ampiamente diffusa, in particolare nel settore informatico ma più in generale in tutte le imprese di servizi. Mentre trovandoci in ufficio siamo quasi tutti abituati ad un’adeguata gestione delle attività, talvolta organizzate in modo autonomo o più spesso imposte dalle procedure aziendali e dal procedere del lavoro stesso, in casa potremmo essere meno propensi ad organizzarci, trasformando così, seppure inconsapevolmente, quello che potrebbe effettivamente essere uno smart working in hard working.

Queste brevi note sono rivolte in particolare a coloro che si sono trovati improvvisamente a dover lavorare da casa, in isolamento forzato, tramite un collegamento in tempo reale con il proprio ufficio, con un virtual desktop, o anche semplicemente con un’operatività differita: predisposizione del proprio lavoro in formato elettronico (testi, fogli elettronici, presentazioni o altro) ed invio tramite email. Ma non sono solo costoro ad essere i potenziali destinatari bensì anche tutti coloro che in ufficio, e non solo a casa, si trovano quotidianamente confrontati con una serie di incombenze, lavorative e non, di cui sono chiamati ad occuparsi ponendosi il consueto interrogativo: da dove mi conviene iniziare?

La matrice di Eisenhower

Quella che vi voglio presentare oggi prende il nome dal Presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower che pare abbia affermato: “La decisione più urgente è raramente la più importante”.

Dopo aver individuato la lista delle cose da fare prendiamo un foglio di carta e suddividiamolo, anche semplicemente piegandolo, in quattro parti dove andremo a collocare le nostre attività secondo lo schema che vi riporto:

Non è importante seguire un ordine preciso nella collocazione, si tratta di una scelta molto soggettiva; è però necessario tenere presente che non stiamo predisponendo una matrice incisa sul marmo e per questo immutabile nel tempo. Man mano che alcune attività si esauriscono, così come altre se ne aggiungono, ecco che dobbiamo aggiornare la nostra matrice e, se necessario, ridisegnarla su un nuovo foglio giorno dopo giorno. In fase di aggiornamento teniamo presente che la nostra classificazione sull’importanza ed urgenza di una determinata attività può aver subito delle modifiche e andremo quindi a modificarne la collocazione.

Qualcuno di noi andrà in ordine rigorosamente sequenziale, partendo dalla propria lista delle cose da fare, preferibilmente scritta ma che per chi ha buona memoria può essere anche mnemonica. Io consiglio sempre di scrivere tutto ciò che si individua come attività da svolgere, non solo per evitare dimenticanze ma anche per scaricare la mente che resta così più libera di concentrarsi sullo svolgimento di una specifica azione piuttosto che sull’elenco di quelle che restano ancora da fare.

Altri seguiranno un proprio schema, connesso o meno, alla collocazione che andrà a dare ad ogni specifica attività sulla matrice. Personalmente preferisco partire dalle attività che andrò a collocare nel quadrante in basso a sinistra della matrice di Eisenhower, ossia tutto ciò che essendo non importante e non urgente può essere rimandato; a seguire seleziono le attività che pur rivestendo carattere di importanza non considero per il momento urgenti. Tutto ciò che pur essendo urgente non è, a mio giudizio, particolarmente importante, ed ho la possibilità di delegarlo ad altri, verrà collocato nel quadrante in basso a destra: collocherò comunque in tal modo anche le attività che non mi è possibile delegare ad altri e che semplicemente andrò ad affrontare dopo quelle che avrò classificato “importanti ed urgenti”.

Lo sviluppo della matrice

Va da sé quindi che si tratta di effettuare una classificazione iniziale delle attività che dobbiamo svolgere, sia quando andiamo a predisporre una prima volta la nostra matrice sia nelle riedizioni ex novo, mentre provvederemo a delle iterazioni successive tra un’edizione e l’altra che dovrebbero idealmente seguire la sequenza qui a fianco indicata: completato con immediatezza ciò che abbiamo classificato urgente ed importante (1), passeremo a verificare che altri abbiano svolto ciò che abbiamo classificato come urgente ma non importante (2) o, qualora non si abbia la possibilità di delegare, provvederemo noi stessi a svolgere questa attività; ecco quindi che passeremo ad urgente ciò che era solo importante (3)e da ultimo, sempre che non siano intervenute tra una fase e l’altra dello svolgimento altre attività più importanti e/o urgenti, ecco che ci dedicheremo a ciò che avevamo deciso di fare dopo (4).

Quanto esposto vi potrà apparire banale ma vi assicuro che seguendo metodicamente la predisposizione e sviluppo di questa matrice, anche sulla base delle vostre esperienze e capacità professionali e personali, otterrete dei risultati insperati soprattutto in fase di lavoro in remoto … e non chiamatelo sempre, solo smart working. Provare per credere!

Luigi Rusconi – Ragioniere Commercialista ODCEC di Milano ¦ Revisore Legale ¦ Member of CFE Tax Advisers Europe ¦ Member of the Pen – Professional Experts Network

Chi di noi non si è mai trovato di fronte al dilemma di come risolvere un conflitto?


Alcuni di noi con maggiore frequenza ed altri meno ci troviamo ad affrontare dei conflitti che possono insorgere, per le piu’ svariate ragioni, sia in ambito professionale che familiare. Spesso sono conflitti in cui veniamo coinvolti mentre talvolta ne siamo noi stessi l’origine. In tutti i casi da come reagiamo sia noi che le nostre controparti dipende l’esito del conflitto. In linea di massima possiamo ipotizzare vi siano due modalità principali di approccio, una emotiva ed l’altra razionale.

Al palesarsi di un conflitto emotivamente possiamo essere portati a:

1. FUGGIRE – se entrambe le parti fuggono, il conflitto viene abbandonato all’origine ma nessuno dei due ne esce vincente: questa è una situazione lose-lose

2. COMBATTERE – chi affronta in modo combattivo un conflitto ha una sola aspettativa, quella di vincere, ed alla fine una delle due parti avrà il sopravvento: siamo in una situazione win-lose.

3. RINUNCIARE – chi decide di abbandonare il conflitto, desistendo dal combattere, si viene a trovare nella posizione di perdente lasciando all’altra parte quella di vincente: è questa una situazione lose-win.

Nel momento in cui cerchiamo di affrontare razionalmente il conflitto, possiamo ipotizzare si verifichino le seguenti situazioni:

4. EVITARE LE RESPONSABILITA’ – coloro che si sentono sopraffatti dalla eventualità di gestire direttamente il conflitto tendono a delegarne la risoluzione a terzi, generalmente un’autorità o qualcuno che si reputi al disopra delle parti: questa terza parte risolve il conflitto ma non necessariamente con saggezza o nell’interesse del delegante. Ognuna delle parti si trova a dover fare un passo indietro: ci troviamo di nuovo in una situazione lose-lose.

5. TROVARE UN COMPROMESSO – dipende come questa soluzione viene percepita accettabile dalle parti. Pur non trattandosi spesso della soluzione ideale, puo’ essere ritenuta ragionevole nella specifica circostanza: siamo in un’ipotesi win-lose/win-lose.

6. RAGGIUNGERE UNA SOLUZIONE CONDIVISA – il consenso nel trovare tale tipo di soluzione è basato su una terza via sviluppata congiuntamente, una soluzione del tutto nuova che diversamente dal compromesso usualmente lascia entrambe le parti soddisfatte: è una situazione win-win.

Inchiostro si pentole no

Dal racconto di un amico che in questi giorni in #Italia è andato a fare la spesa in un supermercato, si ha la conferma non solo della incapacità totale del governo del paese a reggere il confronto con l’emergenza sanitaria #covid19 bensi’ di una volontà perversa di rendere la vita inutilmente piu’ difficile, penalizzando nel contempo alcuni settori economici e privilegiandone altri.

“Dopo l’ultima spesa, fatta ormai due settimane fa, mi accingo bardato come un alieno per non rischiare di essere infettato – o di infettare a mia volte un altro potendo essere un cosiddetto “asintomatico” senza nemmeno saperlo – ad entrare al supermercato dopo aver fatto un’oretta buona di coda: la guardia all’ingresso mi scruta attentamente e, constatato che ho guanti di lattice alle mani, sacchetti di plastica ai piedi legati al difuori dei pantaloni all’altezza dei polpacci, cappello da addetto agli alimentari fermato con le forcine tra i capelli e … doppia mascherina, mi fa avanzare e sollevo per qualche istante la visiera in acetato che mi sono costruito con la copertina di un dossier che non mi serviva piu’ al fine di farmi misurare la febbre; beep! Tutto a posto, procedo all’ingresso e mi munisco di un capiente carrello. In famiglia siamo in tanti e la lista degli aimentari piuttosto estesa.

Lo spazio all’interno è piuttosto ampio e anche se l’altoparlante del supermercato diffonde una serie di istruzioni, tra cui quella di limitarsi ad un componente solo per famiglia per ciascun carrello e di entrare nei corridoi uno alla volta, vedo naturalmente coppiette che corrono a destra e manca per riempire il proprio, abbandonato in mezzo al corridoio e mi ci fiondo alla ricerca di quanto mi serve. Cerco di fare in fretta anche perchè dopo l’attesa all’ingresso sono già piuttosto provato ed il caldo all’interno acuisce la mia sensazione di disagio; sto sudando e la visiera trasparente è già tutta appannata e faccio fatica a leggere la lista della spesa. Finalmente, grazie anche al fatto che la mia mogliettina ha vuto l’accortezza di elencare tutti gli acquisti necessari già tenendo conto della corretta sequenza degli scaffali, mi rendo conto che ho depennato quasi tutto: mi mancano solo la spazzola per lavare i piatti, il coltellino per spalmare il burro di cui ho rotto ieri il manico di plastica e l’inchiostro per la stampante che ho da qualche giorno esaurito dopo la stampa dell’ennesima versione della famosa autocertificazione.

Shopping cart in a grocery store

Entro nel corridoio dove vedo degli ampi scaffali con pentolame e stoviglie di ogni genere e, appesi in alto, i mie oggetti: la spazzola e il coltello spalmaburro. E’ fatta direte voi, sei arrivato alla fine della tua tortura, ma niente affato…non è cosi’….certo perchè tutta la sezione è sbarrata con del nastro bianco e rosso e disseminata di cartelli che avvisano del fatto che la merce esposta non è vendibile! Come non è vendibile? Se la merce è li e io sono qui apposta per comprarla, mi serve, non posso continuare a lavare i piatti solo con la spugnetta e i miei figli si lamentano che i coltelli normali non vanno bene per spalmare la nutella perchè sono troppo stretti. Chiedo ad un addetto che sta rimpiazzando gli articoli alimentari nello scaffale opposto, dove ci sono solo alimentari, e mi spiega che sono le disposizioni anti-covid.

Ma l’inchiostro per la mia stampante riusciro’ a trovarlo?

Con un po’ di ansia, la visiera sempre piu’ appannata e le mani che ormai sguazzano nel sudore all’interno dei guanti di lattice e il carrello pieno già fino ben oltre il limite di carico, raggiungo l’area degli inchiostri per stampanti e – con mio grande stupore e fortemente rincuorato – constato che non è sbarrato dal nastro come quello del pentolame; controllo con accuratezza che non vi siano cartelli che segnalano l’invendibilità dei prodotti li’ esposti: nulla. Vado quindi alla ricerca di quanto mi necessita e, per mia fortuna, trovo l’ultima confezione sia dell’inchiostro nero che di quello a colori, adatti per il mio modello di stampante. Sono salvo! Potro’ stampare tutte le ultime versioni della famigerata autocertificazione che il ministero degll’interno si inventerà a seguito dell’ennesimo DPCM del governicchio Conte! Whaooooo, sono cosi’ preso dall’euforia di avere trovato l’inchiostro che mi sto già facendo una ragione del fatto di non poter acquiustare la spazzola per lavare i piatti ed il coltellino spalmaburro e poi, la giustificazione per moglie e figli è belle che pronta: c’erano ma era vietato venderli!”

Conclusioni

Dal racconto del mio amico si possono trarre varie conclusioni; alcune le lascero’ all’attento lettore che, vivendo in Italia e subendo analoghe limitazioni, non mancherà di immagnare sè stesso in un’analoga situazione. Permettetemi sottoporvi comunque alcune riflessioni:

  • considerato che il supermercato dispone di spazi abbastanza ampi da consentire un agevole ingresso di piu’ persone contemporaneamente (un superstore, giusto per darvi un’idea, ha una superficie di vendita tra i 4.000 e i 5.000 metri quadri) le quali, dopo un’attesa in coda spesso di non breve durata, potrebbero avere la necessità di acquistare anche prodotti non alimentari senza doversi recare in altri negozi, fare ulteriori code, correre e far correre ulteriori rischi di contagio e magari rischiare di imbattersi in qualche solerte ed intransigente paladino dei DPCM conteschi, che gli appiopperà una bella multa perché non gli piace come è stata redatta l’autocertificazione, perché non devono poter effettuare l’acquisto di una pentola, di una scodella, di un piatto o di un bicchiere che si sono rotti?
  • evito volutamente di entrare eccessivamente nel merito dell’evidente aspetto economico della perdita di guadagno per il negozio, conseguente la mancata vendita, e della minore disponibilità finanziaria che inciderà sia sul pagamento del personale dipendente che dei propri fornitori
  • ma vogliamo considerare l’altro lato della medaglia? la mancata vendita comporta un mancato approvvigionamento presso il fornitore, un grossista o forse anche direttamente il fabbricante delle pentole, dei piatti, delle scodelle, dei bicchieri … della spazzola per lavare i piatti e del coltellino per spalmare il burro che voleva acquistare il mio amico; ecco quindi che la mancata vendita del supermercato si ripercuote con effetto negativo su tutta la filiera di approvvigionamento dei prodotti: il commerciante o il produttore vendendo di meno perderanno fatturato e non disporranno della liquidità necessaria per far fronte ai propri pagamenti a favore del proprio personale dipendente, dei fornitori nonché dei trasportatori che, a loro volta, perderanno fatturato ed introiti di denaro eccetera eccetera …
  • ma l’inchiostro per stampanti si’, ed anche la carta, indispensabili per chi disponga di personal computer in casa per stampare l’AUTOCERTIFICAZIONE, documento ancora piu importante dei soldi necessari per pagare la spesa, per poter uscire dalla propria abitazione e, potendo ovviamente giustificare un qualche stato di necessità come ad esempio fare la spesa per dar da mangiare alla propria famiglia, per disporre di un lasciapassare come quello che scrutavano attentamente i soldati nazisti a chi si aggirava alla ricerca di cibo o dei propri parenti ed amici in città ancora afflitte dalle ultime propaggini di una guerra che in Europa sarebbe finita, secondo gli storici, proprio oggi l’8 maggio 1945.

Quando finirà la guerra al “coronavirus” chi pagherà per tutto questo

E quando sarà finita la guerra al Covid-19, al Corona virus, al virsu sdella Sars-CoV-2 o come altro voglia mo chiamare questo invisibile ma potente aggressore ci sarà qualcuno che pagherà per tutto questo? Il Popolo Italiano saprà prima o poi rialzare la testa e porre fine ai soprusi di un governicchio che ha contribuito, e sta tuttora contribuendo, con la sua inettitudine a causare il contagio di centinaia di migliaia di persone e la morte di decine di migliaia di persone? Verranno mandati a casa un ministro della sanità ed i dirigenti tutti che non sono stati capaci di mettere in pratica per tempo quanto previsto da un piano pandemico che prevedeva precise azioni da intraprendere, che non sono state intraprese a tempo debito? Verranno adeguatamente valutati e giudicati nelle sedi opportune gli atti sconsiderati di coloro che hanno contribuito, e stanno contribuendo, allo sfacelo economico e finanziario della nazione Italiana, alla disoccupazione di milioni di lavoratori che per gli anni a venire si vedranno costretti a richiedere il reddito di cittadinanza?

Forse non tutti sanno che in Italia esisteva un “Piano pandemico nazionale”

Il Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (CCM) ha pubblicato già nel 2007 ed aggiornato nel 2016 un piano pandemico denominato PIANO NAZIONALE DI PREPARAZIONE E RISPOSTA AD UNA PANDEMIA INFLUENZALE La sezione influenza del Ministero della salute riporta:

“Dalla fine del 2003, da quando cioè i focolai di influenza aviaria da virus A/H5N1 sono divenuti endemici nei volatili nell’area estremo orientale e il virus ha causato infezioni gravi anche negli uomini, è diventato più concreto e persistente il rischio di una pandemia influenzale.

Per questo motivo l’OMS ha raccomandato a tutti i Paesi di mettere a punto un Piano pandemico e di aggiornarlo costantemente seguendo linee guida concordate.

Il Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale, stilato secondo le indicazioni dell’OMS del 2005, aggiorna e sostituisce il precedente Piano italiano multifase per una pandemia influenzale, pubblicato nel 2002. Esso rappresenta il riferimento nazionale in base al quale saranno messi a punto i Piani operativi regionali.

Il Piano si sviluppa secondo le 6 fasi pandemiche dichiarate dall’OMS, prevedendo per ogni fase e livello, obiettivi ed azioni.
Molte delle azioni individuate sono già state realizzate man mano che la situazione epidemiologica lo ha richiesto. Il Piano contiene, come allegato, le linee guida per la stesura dei Piani pandemici regionali.

Le linee guida nazionali per la conduzione delle ulteriori azioni previste saranno emanate, a cura del Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (CCM), come allegati tecnici al Piano e saranno periodicamente aggiornate ed integrate.”

Fonte: Ministero della salute

Il governo ha deciso di mettere gli Italiani sotto tutela e ha sottaciuto sin dal suo inizio i reali pericoli della pandemia, omettendo di diffondere tempestivamente le informazioni di difesa previste

Come un genitore tutela i propri figli minori o, piuttosto, un tutore si preoccupa di un soggetto incapace di intendere e di volere, come un amministratore di sostegno cura gli interessi di chi vi sia interdetto, ecco che l'”avvocato degli Italiani”, con il supporto molto probabilmente della maggiornza che sostiene il suo governo, ha deciso di porre sotto tutela tutta l’Italia! Ma, ci si domanda, aveva il diritto di farlo? Poteva decidere come e quando dare seguito ad un piano che, pur se imperfetto, era stato accuratamente redatto a seguito di una precedente esperienza pademica, causata da un virus, quello della Sars, che tutto sommato è parente prossimo del Covid-19?

Anziché aver posto a tempo debito in essere tutto quanto preliminarmente previsto in tale piano nazionale pandemico e passare quindi con decisione, nella fase emergenziale, ad informare senza esitazione tutta la popolazione adottando con tempestività tutti i necessari provvedimenti che cosa hanno fatto Conte ed i suoi accoliti? Si sono semplicemente preoccupati di minimizzare il rischio, hanno impedito alle regioni che per prime stavano soffrendo la rapida diffusione del contagio, Lombardia e Veneto, di porre immediatamente in essere quie provvedimenti di chiusura che, se adottati, avrebbero certamente contribuito ad una minor diffusione del micidiale virus. Ma cosa intendevano fare di tanto esgerato i governatori di dette regioni? Semplicemente contribuire alla messa in atto di misure, esplicitamente previste dal Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia nazionale che l’Italia, cosi’ come diversi altri paesi, aveva deciso di adottare ben 13 anni orsono!

Il piano in questione, come citato in premessa, si rifà peraltro alle 6 fasi previste dal’Organizzazione Mondiale della Sanità (da non confondersi con le attuali fasi, definite in periodo di pandemia impropriamente fase 1 e fase 2 dal governo Conte), che possono cosi’ essere riassunte:

  • Fasi interpandemiche (fasi 1-2)
  • Fasi di allerta (fasi 3-5)
  • Fase pandemica (fase 6).

Posto che ci troviamo evidentemente in piena fase pandemica è quantomeno inquietante notare come alcuni provvedimenti essenziali, di cui si discute quotidianamento ed in merito al cui presunto mancato rispetto siano state già avviate anche delle indagini giudiziarie, avrebbero dovuto essere presi non già a diffusione del virus avvenuta bensi’ in una delle cosiddette fasi interpandemiche 1 e 2 di cui si riporta testualmente la descrizione:

Fase 1. Nessun nuovo sottotipo virale isolato nell’uomo. Un sottotipo di virus influenzale che ha causato infezioni nell’uomo può essere presente negli animali. Se presente negli animali, il rischioa di infezione o malattia nell’uomo è considerato basso.

Fase 2. Nessun nuovo sottotipo virale è stato isolato nell’uomo. Comunque, la circolazione negli animali di sottotipi virali influenzali pone un rischio sostanziale di malattia per l’uomo.

Tralasciando gli aspetti di carattere piu’ spiccatamente scientifico, in merito ai quali si stanno già esprimendo da tempo folle di sedicenti esperti virologi, infettivologi, giornalisti, presentatrici e presentatori di talk-show di vario genere, ecco che ritroviamo tra le misure di sanità pubblica, consigliate si badi bene nelle fasi prodromiche della pandemia, e quindi non quando la pandemia risulti già conclamata a causa di una diffusione ormai pressoché inarrestabile del contagio, per limitare e/o ritardare la diffusione del virus:

Informazione sanitaria della popolazione per promuovere l’adozione delle comuni norme igieniche, che includono:

  • lavarsi spesso le mani
  • pulire le superfici domestiche con normali prodotti detergenti
  • coprirsi la bocca e il naso quando si tossisce o starnutisce

Adozione di misure per limitare la trasmissione delle infezioni in comunità (scuole, case di riposo, luoghi di ritrovo), quali evitare l’eccessivo affollamento e dotare gli ambienti di adeguati sistemi di ventilazione.

Preparazione di appropriate misure di controllo della trasmissione dell’influenza pandemica in ambito ospedaliero:

  • Approvvigionamento dei DPI per il personale sanitario;
  • Controllo del funzionamento dei sistemi di sanificazione e disinfezione; o Individuazione di appropriati percorsi per i malati o sospetti tali;
  • Censimento delle disponibilità di posti letto in isolamento e di stanze in pressione negativa
  • Censimento delle disponibilità di dispositivi meccanici per l’assistenza ai pazienti.

Senza andare oltre, poiché ognuno ha la possibilità di farsi una propria opinione visionando direttamente l’intero documento del Ministero della sanità, mi si consenta concludere con alcune domande cui spero prima o poi qualcuno si degni di dare delle risposte esaurienti, per il rispetto dovuto ai tanti morti, alle centinaia di migliaia di contagiati, a tutti coloro che hanno dovuto soffrire, che ancora soffrono e soffriranno in futuro gli effetti sia psicologici che economici di un lockdown pensato in maniera assolutamente inadeguata e posto in essere in modo assolutamente disarticolato.

Perché il Ministero della salute e il Centro Nazionale per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (CCM) hanno omesso di porre tempestivamente in essere le azioni preventive e concomitanti previste dal piano pandemico?

Non si comprende quali siano i motivi per cui gli enti competenti, richiamati con circostanziata precisione nel documento piu’ volte citato, non abbiano provveduto a svolgere i compiti loro assegnati e, onde evitare una gestione ancor piu’ perniciosa dell’emergenza in atto, non abbiano visto la pronta sostituzione dei rispettivi organi apicali di comando. E’ chiaro infatti come il piano pandemico sia stato redatto non già per il trattamento delle ordinarie influenze stagionali bensi’ in previsione del possibile verificarsi di contagi ben piu’ gravi. A apgina 5 di tale piano troviamo infatti il richiamo alle grandi pandemie del passato: ” Le pandemie si verificano ad intervalli di tempo imprevedibili, e, negli ultimi 100 anni, si sono verificate nel 1918 (Spagnola, virus A, sottotipo H1N1)), 1957 (Asiatica, virus A, sottotipo H2N2) e 1968 (HongKong, virus A, sottotipo H3N2). La più severa, nel 1918, ha provocato almeno 20 milioni di morti.”

Sempre nello stesso documento troviamo quindi un avviso di fondamentale importanza che, col senno di poi, con un rischio di contagio ancora elevato tuttora in atto, suona piuttosto beffardo: “L’incertezza sulle modalità e i tempi di diffusione determina la necessità di preparare in anticipo le strategie di risposta alla eventuale pandemia, tenendo conto che tale preparazione deve considerare tempi e modi della risposta. “

Che cosa sia stato effettivamente fatto risulta, almeno questo, piuttosto chiaro: è stato preparato un piano dettagliato di intervento, si sono sicuramente sperperati soldi pubblici per pagare consulenti che ne supportassero la redazione e lo si è messo in un cassetto senza dare alcuna attuazione pratica a quanto in esso dettagliatamente previsto, nei tempi e modi necessari.

(riproduzione riservata)

Organizzarsi in periodi di “smart working”​ e non solo

In tempo di “coronavirus” è letteralmente esplosa la diffusione del lavoro in remoto, definito smart workingo, all’italiana, lavoro agile. Una modalità lavorativa già ampiamente diffusa, in particolare nel settore informatico ma piu’ in generale in tutte le imprese di servizi. Queste brevi note sono rivolte in particolare a coloro che si sono trovati improvvisamente a dover lavorare da casa, in isolamento forzato, tramite un collegamento in tempo reale con il proprio ufficio, con un virtual desktop, o anche semplicemente con un’operatività differita: predisposizione del proprio lavoro in formato elettronico (testi, fogli elettronici, presentazioni o altro) ed invio tramite email. Ma non sono solo costoro ad essere i potenziali destinatari bensi’ anche tutti coloro che in ufficio, e non solo a casa, si trovano quotidianamente confrontati con una serie di incombenze, lavorative e non, di cui sono chiamati ad occuparsi ponendosi il consueto interrogativo: da dove mi conviene iniziare?

La matrice di Eisenhower

Quella che vi voglio presentare oggi prende il nome dal Presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower che pare abbia affermato: “La decisione piu’ urgente è raramente la piu’ importante”.

Dopo aver individuato la lista delle cose da fare prendiamo un foglio di carta e suddividiamolo, anche semplicemente piegandolo, in quattro parti dove andremo a collocare le nostre attività secondo lo schema che vi riporto:

Non è importante seguire un ordine preciso nella collocazione, si tratta di una scelta molto soggettiva; è pero’ necessario tenere presente che non stiamo predisponendo una matrice incisa sul marmo e per questo immutabile nel tempo. Man mano che alcune attività si esauriscono, cosi’ come altre se ne aggiungono, ecco che dobbiamo aggiornare la nostra matrice e, se necessario, ridisegnarla su un nuovo foglio giorno dopo giorno. In fase di aggiornamento teniamo presente che la nostra classificazione sull’importanza ed urgenza di una determinata attività puo’ aver subito delle modifiche e andremo quindi a modificarne la collocazione.

Qualcuno di noi andrà in ordine rigorosamente sequenziale, partendo dalla propria lista delle cose da fare, preferibilmente scritta ma che per chi ha buona memoria puo’ essere anche mnemonica. Io consiglio sempre di scrivere tutto cio’ che si individua come attività da svolgere, non solo per evitare dimenticanze ma anche per scaricare la mente che resta cosi’ piu’ libera di concentrarsi sullo svolgimento di una specifica azione piuttosto che sull’elenco di quelle che restano ancora da fare.

Altri seguiranno un proprio schema, connesso o meno, alla collocazione che andrà a dare ad ogni specifica attività sulla matrice. Personalmente preferisco partire dalle attività che andro’ a collocare nel quadrante in basso a sinistra della matrice di Eisenhower, ossia tutto cio’ che essend non importante e non urgente puo’ essere rimandato; a seguire seleziono le attività che pur rivestendo carattere di importanza non considero per il momento urgenti. Tutto cio’ che pur essendo urgente non è, a mio giudizio, particolarmente importante, ed ho la possibilità di delegarlo ad altri, verrà collocato nel quadrante in basso a destra: collochero’ comunque in tal modo anche le attività che non mi è possibile delegare ad altri e che semplicmente andro’ ad affrontare dopo quelle che avro’ classificato “importanti ed urgenti”.

Lo sviluppo della matrice

Non è stato fornito nessun testo alternativo per questa immagine

Va da sè quindi che si tratta di effettuare una classificazione iniziale delle attività che dobbiamo svolgere, sia quando andiamo a predisporre una prima volta la nostra matrice sia nelle riedizioni ex novo, mentre provvederemo a delle iterazioni successive tra un’edizione e l’altra che dovrebbero idealmente seguire la sequenza qui a fianco indicata: completato con immediatezza cio’ che abbiamo classificato urgente ed importante (1), passeremo a verificare che altri abbiano svolto cio’ che abbiamo classificato come urgente ma non importante (2) o, qualora non si abbia la possibilità di delegare, provvederemo noi stessi a svolgere questa attività; ecco quindi che passeremo ad urgente cio’ che era solo importante (3)e da ultimo, sempre che non siano intervenute tra una fase e l’altra dello svolgimento altre attività piu’ importanti e/o urgenti, ecco che ci dedicheremo a cio’ che avevamo deciso di fare dopo (4).

Quanto esposto vi potrà apparire banale ma vi assicuro che seguendo metodicamente la predisposizione e sviluppo di questa matrice, anche sulla base delle vostre esperienze e capacità professionali e personali, otterrete dei risultati insperati soprattutto in questa fase di lavoro in remoto.