Boccia, ministro per gli affari regionali (e autonomie?): bocciato!

In questi giorni si parla di lui a causa delle sue dichiarazioni contrarie a una diversificazione regionale delle aperture nella cosiddetta fase 2, dopo un lungo periodo di lockdown applicato in modo pressoché generalizzato in tutta la penisola italiana. Il ministro Boccia (PD) ha persino minacciato, ed in almeno un caso posto in atto , impugnative contro alcune direttive regionali da lui considerate inaccettabili, in particolare quella della governatrice della Calabria Jole Santelli (FI).

Jole Santelli

E a quanto pare il TAR in prima istanza ha dato ragione al governo e torto alla governatrice, con motivazioni tutte da valutare! Una situazione kafkiana che mette in evidenza più una voglia di rivalsa politica del potere centrale, “ferito nell’onore” della potestà di emettere DPCM a go-go. Se da un lato è ben vero che la Costituzione assegna al governo l’onere della gestione di un’emergenza sanitaria carattere internazionale, è di tutta evidenza che quando questo si è ritrovato in difetto ha pensato bene di ribaltare la propria responsabilità proprio sulle regioni.

Ma perché usare due pesi e due misure: quando si pretende di imporre, giusta o sbagliata, una determinata misura a livello nazionale senza tenere conto delle specifiche esigenze di ciascuna regione, vi è la pretesa che si debba fare tassativamente come stabilisce il governo; quando si scopre che alcuni provvedimenti, su cui il governo è stato omissivo o quantomeno equivoco, per provvedimenti che si dovevano prendere prima o che dovevano essere maggiormente adeguati … qualcuno, dal governo e dintorni, insiste che se ne dovevano occupare le regioni.

Parliamo ad esempio della inopportuna insistenza dell’ex ministro dei trasporti Danilo Toninelli, escluso dal nuovo esecutivo giallo-rosso (“trombato” si sarebbe detto una volta), che non sta perdendo occasione in questi giorni per rimarcare il fatto che l’erogazione della cassa integrazione sta tardando per colpa delle regioni come la Lombardia, ultima ad attivare le necessarie procedure.

In quella che ci si ostina a chiamare fase 2 dovevano essere fissate per tempo e con chiarezza le regole, i protocolli, le procedure di riapertura totale o parziale. È stata semplicemente un’idiozia quella di insistere, dopo oltre due mesi di lockdown, nel voler precisare con inutile puntigliosità “questo sì, quello no…sì ma con la mascherina, no anche con lo scafandro!”. Viene qui spontaneo porsi non una bensì moltissime legittime domande, di cui ne sceglieremo per ora solo alcune: di cosa si sono occupati sinora i “sedicenti” esperti le centinaia di cervelli messi a formare le più variegate forme di task force? I vari capi e capetti, direttori, presidenti di questo o di quell’organismo più o meno estemporaneo… a quali risultati hanno condotto i loro nutriti staff? Perchè nè prima nè dopo lo scoppio della pandemia di coronavirus il ministero della sanità ed i suoi organi burocratici non hanno dato esecuzione al piano pandemico nazionale, impostato ancora nel 2007 a seguito della pandemia di Sars ed aggiornato successivamente? Perchè da ultimo, ma non meno importante, sempre in adempimento al citato piano pandemico non si procede con un adeguato coordinamento tra Stato e Regioni?

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